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Silenzi (seconda suite per corpi in ascolto)






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  • Spettacolo Finalista Premio Scenario 2003 Ideazione e regia: Nuccia Pugliese In scena: Francesco Liuzzi, Rossana Micciulli Questo spettacolo nasce da una percezione e da una convinzione: la percezione o meglio la somma di percezioni visive e sonore che illustrano e costellano - secondo il codice enigmatico e intermittente proprio dei sogni - una dimensione interiore che fa sentire all’individuo di “essere” al di qua e anche al di l di ogni autocoscienza razionale; la convinzione, profonda e progressiva tanto da diventare l’idea - guida di tutto il nostro lavoro scenico, è che quella dimensione, che chiameremo qui la residua “angelicit ” dell’essere uomini, costituisca la vera sostanza della macchina umana: atopica - unico luogo che la ospita è il Teatro, sommo “non luogo” ma anche unico mondo abitabile - indicibile eppure espressiva perché parlante tutti i linguaggi - corpo, occhi, colori, suoni – oltre che tutti i silenzi. In termini consacrati, e logorati, dall’uso di tradizione o di dottrina, potremmo dire “anima” o “immaginario” o ancora “mondo interiore”: cui dare rappresentazione percettiva, una sorta di visibilit totale anche se sospesa nel territorio indefinito dello spazio scenico. In realt si tratta per noi della possibilit - unica e probabilmente ultima in antagonismo con la concezione dominante della vita come prestazione sociale governata dal consumo (di merci ma anche di emozioni, digeribili e indolori) - di esistere: magari “sulla soglia” di una stanza, una stanza le cui pareti sottili e trasparenti separano ma non segregano un uomo e una donna che stanno in ascolto di tutto l’universo che c’è, mentre la loro inessenziale ma definitiva parola li stringe in una incessante comunicazione secondo traiettorie che, invisibili come quelle che tracciano le costellazioni astrali che qui il Teatro si incarica di svelare, vincola le loro solitudini. Questo spettacolo vive perciò di immaginazione, qualcosa di incorporeo che richiede di essere rappresentato prima di tutto all’attore, estremamente solo nella sua attitudine di attesa e di ascolto verso segnali di vita “altra”. L’intento di dare espressione visiva a quella dimensione interiore – disturbante eppure salvifica – di chi decide di mostrarsi in scena ovvero di mettersi in gioco, si è imposta, fin dall’inizio del laboratorio che ha dato il l al percorso scenico, come un’esperienza sorprendentemente etica oltre che emotiva. La parola teatrale è perciò ben presto diventata la parola stessa del bambino-attore, della marionetta-mimo, dell’anima che sente sogna soffre e “vede” se stessa per intero sulle pareti trasparenti della culla/stanza che la circonda. L’ “essere in scena” costringe ogni volta a “essere in vita” secondo altre pulsazioni, altri respiri, ma anche a pensare la propria esistenza come meno scissa, meno alienata: e soprattutto a testimoniare così, coi propri corpi dentro la quotidianit del “Teatro del mondo e Teatro del Sud”, una speranza estrema ma ancora viva nell’uomo, nella sua capacit di farsi angelo e di non delegare più ad angeli inventati - magari da ogni tipo di Potere - la fatica splendida e spaventosa di “trasformare il mondo” che oggi ne ha bisogno più che mai. Nuccia Pugliese


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