Il TANZTAGE festival porterà in scena dal 3 al 13 gennaio teatro e danza
per chi vuole saperne di più: www.tanztage.de
per chi non ne ha mai abbastanza…
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Tanztage. Si può tradurre come “giornate della danza”. Il primo festival del fitto calendario di eventi che la capitale tedesca dedica alla danza contemporanea. E si distingue anche bene dagli altri, per 19 edizioni è stato il festival dove si esibisce la scena berlinese, con pochi soldi, una radicale attenzione ai giovani artisti, e una atmosfera da ritrovo di amici. Qui non ci sono artisti affermati, se non suonasse un po’ inadatto allo stile morigerato qui dominante si dovrebbe dire che qui va in scena la danza futura. Qui. Alla Sophiensaele, che grazie al cortese invito di MUvideo.biz sta diventando la mia seconda casa berlinese. Non c’è male. Si parla di uno degli stabili più vecchi del centro di Berlino tra quelli non amati dalle bombe alleate. Un po’ balera, un po’ circolo ricreativo, ospitò i comizi di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, uno di quei posti da cui nascono le rivoluzioni. Ma non è successo, e quando Sascha Waltz ci si installa quindici anni fa è scrostato da fare impressione, positiva.
Seguiranno una serie di brevi interventi, su diversi media, scritti e raccolti durante queste giornate di danza dal qui scrivente spettatore a-critico. L’occasione rende l’uomo onesto. Vi auguro buon anno, e vi scriverei con piacere tutto tedesco che nel meno–sei-gradato 3 gennaio berlinese, il meravigliosamente-perfetto impianto audio dell’ accoglientissimo-decadente-foyer della Sophiensaele ci spara come colonna sonora d’attesa una simpatica “Give Peace A Chance”.
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- Visti il 3 gennaio
- Sun 3.1. 19:30 / Mon 4.1. 18:00 / Tue 5.1. 18:00 Virchowsaal
- Jadkowski / Schwald / Emrich / Schalück
- Josephine Joseph
- Choreography / Direction: Julia Jadkowski, Marcel Schwald, Roswitha
- Emrich, Rico Schalück
- Perfomance: Julia Jadkowski, Daniel Hinojo (substitutes Marcel Schwald),
- Roswitha Emrich
- Music: Laura Mello
- Produced by: Tanzhaus NRW, Kunstkredit Basel,
- Kaskadenkondensator Basel, TANZTAGE BERLIN
- Thanks to: Johanna Schneider, Rosemarie Becker, Urs, Kaya Fisher
- Supported by PACT Zollverein
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An installation that performs an optical illusion using analogue technology and
live choreography. With contemplative movements, Joseph and Josephine become one body. The bodies dissolve in their projection and a new image begins to exist.
“There is something blurred in real things. Reality is not sharply in focus. The focus of the world, that would be objective reality, just like focusing a lens onto an object… Luckily, the final focus of the world has never taken place. The lens makes the object move, or vice versa, in any case, something moves.” (Baudrillard)
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Tanztage 2010 si apre con un’installazione performativa. E secondo me è tutto dire. Leggendo l’impostazione della direzione artistica si apprende che il festival è stato disegnato attorno alla necessità di capire cosa si muove della giovane danza contemporanea, di Berlino, o che a Berlino vive, provenendo e migrando da tutti gli altrove del mondo della danza. Significa quindi qualcosa l’apertura affidata a un collettivo che annovera diverse patrie, e forse anche il fatto che la danza all’interno della performance sia stretta dalle regole di una macchina per produrre immagini.
Più propriamente assistiamo ad uno spettacolo per “camera ottica”, che utilizza quindi uno spazio chiuso e buio –in questo caso un box di tela calato come un ufo al centro della ottocentesca Virchowsaal della Sophiensaele- dentro il quale la luce esterna penetra passando per un piccolo foro munito di lente. Magia vuole che coloro che siedono all’interno della camera vedano la realtà all’esterno proiettarsi, sorprendentemente nitida, ma rovesciata, sulla parete interna. Cosa scelgono di proiettare gli autori dell’installazione? In questa installazione la risposta precede la domanda, entrando in sala infatti assistiamo al the making of della proiezione: ci sono specchi, sorgenti luminose, un ragazzo e una ragazza vestiti uguali che si muovono molto lentamente. E solo dopo averli bersagliati per un po’ con i nostri punti interrogativi, veniamo invitati a vedere l’interno del box, dove i due protagonisti proiettati si fondono. O meglio, l’immagine risultante dai loro movimenti è quella di un terzo essere, che ora un po’ più maschile, ora femminile, inseguendo la suggestione che da il titolo al lavoro: Josephine Joseph. Con questo nome si faceva chiamare un presunto ermafrodita, un performer , ripreso anche nel famoso film “Freaks” di Tod Browing, la cui particolarità era il mostrarsi diviso in due metà, la destra vestita –e anche allenata- da uomo e la sinistra da donna. L’effetto percettivo è ipnotico, stimola una riflessione sulle dimensioni, le varianti nei corpi. La musica rilassa, il freddo resta al di fuori.
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- Sun 3.1. / Mon 4.1. 20.30 Festsaal
- Stina Nyberg
- A white rhythm section
- Choreography: Stina Nyberg
- Dance: Rosalind Goldberg, Sandra Lolax
- Music: Erik Huldt, Erik Strandh
- Costumes: Stina Nyberg, Helena Lundqvist
- Duration: 30 min
A WHITE RHYTME SECTION takes a closer look at the jump. It is created with accurate directions and coincidental results and deals with the notion of jump in its broadest sense. What counts as a jump? Why do you jump? What do we associate with jumps?
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The duet is made through investigations from two different perspectives: The first one deal with the actual physical work of jumps and the effort required to perform it. The other deal with associations connected with jumps – such as sports, dances or memories of jumps we made, seen or only heard of. The different parts of the duet are created with different methods and through the piece the movements, as well as the relations, are constantly changing. A white rhythm section points out the details that make plain movements extraordinary, and in the same way everyday life so special. It aims to master the impossible by perceiving it as possible.
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- Sun 3.1. / Mon 4.1. 20.30 Festsaal
- Johanna Chemnitz + Sonja Pregrad
- Dishevelled
- Choreography / Dance: Johanna Chemnitz, Sonja Pregrad
- Music: Neven Krajačić
- Produced by: Ministarstvo kulture Republike Hrvatske Ured za obrazovanje, kulturu i sport grada Zagreba, Eksscena, CKI Maksimir
- Thanks to: Peter Pleyer, Anne Sophie Malmberg
- Duration: 30 min
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Within being dishevelled we test reality, identity and dissolution. We create order to let disorder arise, which carries a potential – growing out of the uncertainty and inbetweenness. We create a world that moves and dedicate ourselves to the logic of instability. We create a world beyond logic and dedicate ourselves to the inconceivable.
Tappeto di danza bianco e un paio di sediole. Questo il set della piece delle signore Chemnitz e Pregrad. Le sediole mi fanno tanto pensare alla sedia di legno icona del teatro di narrazione in variante Berlino Est. Magari sono dell’ikea, ma io mi faccio affascinare. Ach! Il design della DDR! Quel prolungare gli anni ’60 fin che si può. Resistendo al pacchiano occidente capitalista che si cotona come quei giovani antisociali della capitale. Ach.
Tergiverso. Un po’ perché quando gli spettacoli non ti prendono si tergiversa. Stando ai fatti è stata raccontata una storia in un solo quadro. Due danzatrici in collant ma senza gonna, tacchi e capelli sciolti entrano in scena con un’espressione truce. I lineamenti slavi e i toni dell’improvvisazione dal vivo del musicista rendono l’atmosfera inquieta. Penso al sentito tema delle schiave del sesso dall’est, particolarmente sentito. Le danzatrici tremano, si scuotono e si sbattono per il palco. Non senza dare l’idea che questo prolungarsi della frenesia sia qualcosa di più che mimare epilessia o farsi tarantolare. Mi sembra che stiano recitando il passaggio del tempo, sono lì sul palco, e tremano sotto gli occhi di tutti per lunghi minuti. La metafora c’è, di un’esposizione non voluta a sguardi che pagano. Ma poi la storia si fa ciclica, le camminate, i non-contatti, si ripetono. Loro sono sempre più arruffate, “dishevelled”, come recita il titolo. E poi si spogliano anche un po’. Attenzione, la comune reazione a un corpo nudo nella liberale Germania del nord è ben poca cosa. Però accanto a me una signora esegue la sua contro-performance, con precisa progressione invece si riveste. Alla fine della dissolvenza incrociata, le danzatrici sono ancora più esposte, e la spettatrice è pronta per affrontare il gelo siberiano.
Intervista alle autrici su Tanzpresse.de (in inglese e tedesco):
http://www.donaldo.de/tanzpresse/index.php?id=65
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white rhytm
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- VISTI IL 4 GENNAIO
- Mon 4.1. / Tue 5.1. 19:00 Hochzeitssaal
- Beatrice Fleischlin + Anja Meser
- come on baby let’s go (P)
- Choreography / Dance: Beatrice Fleischlin, Anja Meser
- Advice of dramaturgy: Maria Fuchs, Anna K. Becker
- Music: Peaches, Monolake, Purcell, Jablonsky
- In co-production with TANZTAGE BERLIN
- Thanks to: Tanzfabrik Berlin
- Duration: 40 min
Two women imitate, break down and transform elements of men’s
Anche durante il secondo giorno di Tanztage si parla di generi a confronto. Le due interpreti dichiarano di voler interpretare degli uomini, e vedere che succede. Cioè, vedere che succede tornando a essere donne dopo aver fatto per un po’ gli uomini. Letta così non sembra essere la sinossi più accattivante del festival più berlinese della città più agognata dagli artisti più avanzati dell’arte più sensibile al nuovo.
Poi invece effettivamente succede che le due danzatrici ci riescano a parlare di un presente così presente ma così presente, che riescano a diventare utili, sì. Come trovare una guida alle saune dove non si fa sesso in una città ghiacciata da settimane.
Faccio un passo indietro.
Le tipe entrano in scena vestite da ragazzi, coatti, tamarri, in variante periferica berlinese, quella di Neukölln, Pankow, quei quartieri neanche troppo degradati e pieni di torri, solo meno borghesi e meno modaioli. Con i disoccupati assistiti, le famiglie turco-tedesche, e criminalità spinta tipo marjuana e furti di biciclette. Roba da spaventare un italiano a morte, no? No. Però urlano e suonano i clacson e parcheggiano in doppia fila. E poi soprattutto sono gli uomini a fare le cose, ad occupare lo spazio. Ok, niente di nuovo, ma l’immagine che Berlino da di sé è decisamente più sulle pari opportunità. Le autrici raccontano invece uomini a cui viene imposto di “fare gli uomini”, di ciondolare, indurirsi, di eccellere nell’ambito della forza. Li raccontano mimandoli, ma anche danzandone i sogni, in leggerissime sequenze di voli calcistici, in improbabili tramutazioni di disperati in popstar. E in ogni sberleffo a tanta mascolinità riescono ad essere credibili e lievi, non aggressive. Così che gli sbeffeggiati in questione alla fine imparano molto su come li vedono, qui, le donne, mentre trascinano il figlio all’asilo, in slittino.
intervista su Tanzpresse.de in occasione di Zanztage (in tedesco)
http://www.donaldo.de/tanzpresse/index.php?id=66

entrata scale sophiensaele
- Mon 4.1. / Tue 5.1. 19:00 Hochzeitssaal
- Clément Layes
- Allege (P)
- Choreography / Dance: Clément Layes
- Light: Raphael Vincent,
- Assistence: Jasna Layes-Vinovrski
- Supported by: Public in privat
- In co-production with TANZTAGE BERLIN.
- Thanks to: Justin Pallermo, Viola Lopez, Cie Als, Cécile Laloy, Johanna
- Moaligou, Damien Sabatier
- Duration: 35 min
ALLEGE inquires possibilities left to an action, which would not be determined from outside, but would find its cause in it own essence. To do so it uses constrains, frames, limitations relating them to our social existence, and to conformist tendencies.
“What can I do that is not organized by a principle, a script, a choreographic decision, a mode of action? Can I escape the whims of order?
What can I do? Means what is my freedom inside the absurd constrains I’m asserted to, without knowing why? What can be or can’t be done, that would open a field of unexpected possibilities?
”Lo spazio frontale della Hochzeitssaal è ridisegnato prima della performance, ci viene chiesto di stare un po’ più “diagonali” alla scena. Perché? Perché sì. E poi entra quest’omino. Non che lo sia proprio, che se uno guarda bene è normale, ma sta curvo e cammina un po’ timido. Solo quando raggiunge i suoi oggetti di scena (bottiglie di plastica, bicchieri, uno straccio, un bollitore, una minuscola pianta in vaso) e comincia una sua sistemazione ci accorgiamo che l’omino si porta in equilibrio sulla nuca un bicchiere d’acqua. E con il suo bicchiere lì, ben saldo nonostante il ritmo ansioso, porta a termine una serie di buffissime procedure di innaffiamento della sua piantina. Tipo riempire di acqua calda due bottiglie e un bicchiere, travasare quest’ultimo con gesto ominescamente acrobatico in altri tre bicchieri, così facendo arrivare quasi alla piantina, per poi invece versare a terra il tutto, asciugare con uno straccio, strizzarlo in un secchio, e con grande noncuranza rovesciarlo finalmente sulla piantina. Questa sequenza di azioni e questo esito si ripetono con variazioni, ogni volta arrivando con più complesse acrobazie, dell’immaginazione innanzitutto, tortuose, ma di una certa dolcezza. Noi compatiamo l’omino, che diventerà una vittima accecata e inzuppata del suo mondo di regole di innaffiatura, regole che disegna su una lavagnetta prima di ogni tentativo, senza mostrarle. Fino a smettere. Il tipo smette: di essere omino, di avere regole. Esce dalla parte all’istante. Si addrizza elegantemente, bello e sicuro di sé comincia a raccontare a noi pubblico rimbambinito da tanta giocoleria autistica una seconda definizione delle regole del suo mondo. Ci dice che l’acqua rappresenta “l’energia”, i bicchieri la “macchineria”, lo straccio “il sogno”, la pozza d’acqua che sta finendo di imputridire il pavimento della Sophiensaele “l’oceano”. E ci dice che gettando lo straccio-sogno nella pozza-oceano. Plof. Accade “la poesia”. La seconda parte della performance sono il riscriversi della storia di regole dell’omino, professorale, altrettanto immaginifica ma normativa. Un rapido virtuosismo di accrocchi simbolici che gli permettono di mostrare i nomi-oggetto di “etica” “politica” “ecologia” e i vari incastri: accade che lo straccio-”sogno” rimbalzi verso il soffitto-”limitazione”, plof, accade “lo spreco”.
Io ho pensato un po’ di avere assistito a una declinazione contemporanea della storia della larva e della farfalla. La larva è molto simpatica, poi diventa una bella farfalla, che però deve spiegarti il perché del tutto. Che la filosofia sia il lato oscuro della bellezza?
LINKS:
“public in private”, il sito del signor Layes:
http://www.publicinprivate.com/#/Content/Productions
intervista su Tanzpresse.de in occasione di Zanztage (in inglese)
http://www.donaldo.de/tanzpresse/index.php?id=72

palla nel foyer
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Riccardo Frezza















Al Festival di Spoleto tra pochi giorni il debutto del suo spettacolo
Pina Bausch, the artistic director of the singularly electrifying 
